Riportiamo il testo dell’articolo di Annamaria Testa apparso su l’Internazionale perchè pensiamo che leggerlo e, soprattutto guardare il filmato sia importante per tutti genitori e non. Diffonderlo un dovere che noi abbiamo subito condiviso. Grazie Annamaria Testa.

 

Ogni anno in Italia più di ventimila bambini subiscono incidenti e restano feriti. Circa 400 muoiono per incidenti in casa e più di mille restano invalidi.

Bisogna fare qualcosa. Per esempio, guardare e diffondere il video che c’è qui sotto. È un intero, completo, semplice corso di prevenzione (come evitare gli incidenti, a casa e in auto) e di pronto soccorso (ferite, scottature, veleni… fino alla rianimazione per i casi gravi). Tutto in soli 33 minuti.

Il video è realizzato secondo le ultime indicazioni europee, in collaborazione con l’ospedale Buzzi di Milano, ed è approvato da tutti i maggiori enti di rianimazione e pronto soccorso.

Può servire, un video del genere? Certo che sì. Se non ci credete, guardate la testimonianza del papà di Kora. O quella dellamamma di Sara, del papà di Gabriele, della mamma di Fabrizio.
È gente che davvero ha salvato il proprio figlio facendo la cosa giusta al momento giusto. E ci è riuscita perché, giorni o mesi o anni prima, aveva deciso di imparare come si fa. Insomma: guardate il video. E diffondetelo.

 

E adesso vi racconto com’è cominciato tutto questo. È una bella storia, credo. Tutto prende il via più di dieci anni fa. Sono in treno con un’amica tra Milano e Torino. Il discorso va a finire sugli incidenti domestici, a proposito di un recente caso tragico. “Il problema è che in Italia nessuno sa mai che fare”, dice la mia amica. Mi rendo conto che anch’io, che ho un figlio piccolo, non saprei che fare.

In altri paesi il pronto soccorso s’impara a scuola. Qui da noi, zero. C’è sì qualche informazione online (siamo nel 2002), ma è frammentaria e in medichese stretto. E sul web ci vanno ancora in pochi. Bisognerebbe raccogliere e tradurre le indicazioni in immagini chiare e parole semplici, e farle arrivare a tutti. Dovrei provarci: dopotutto, è il mio mestiere.

Comincio così una specie di pellegrinaggio che durerà un anno. Prima tappa: l’ospedale dei bambini Buzzi di Milano. Ida Salvo, primaria della rianimazione, è entusiasta del progetto. “Che cosa ti serve?”, chiede. Per cominciare, mi servono tutte le informazioni possibili.

Parlo con i medici e con i rianimatori. Raccogliamo la sparsa documentazione esistente e le indicazioni internazionali, che sono in inglese. Concordiamo un ordine logico per le informazioni. Poi, doppia traduzione: dall’inglese all’italiano specialistico, e da quello all’italiano corrente: “manovra di disostruzione delle vie aeree” diventa “cosa fare se il bambino non respira”.

Ri-verifico tutti i testi con i medici e i rianimatori: voglio essere precisa ma così chiara da farmi capire anche da una mamma o un nonno che ha fatto solo le medie inferiori, o da una baby sitter straniera.

Parlo con il Centro antiveleni dell’ospedale Niguarda e con i medici del pronto soccorso (il 118): il testo comincia a prendere forma, ma non è ancora niente di utile. Per far capire e ricordare bene ci vogliono delle immagini, e realizzarle costa. Dovrò mettere in campo le relazioni professionali che ho, e chiedere favori che non domanderei mai per me stessa.

Spiego il progetto a Laura Pollini, capo delle relazioni esterne di Benetton. Si entusiasma e dice che Fabrica può produrre gratuitamente le animazioni e farsi carico delle riprese dal vivo e delle musiche.

Comincio ad andare su e giù tra Milano e Ponzano Veneto. Non stiamo facendo un’opera d’arte ma un video utile a salvare vite, e dobbiamo avere chiaro questo obiettivo: tra prove, errori e rifacimenti il video si compone in un primo montaggio e in un audio provvisorio.

Ma siamo sicuri che funzionerà? Chiamo la società di ricerche Eurisko, un altro contatto professionale. Sono disposti a organizzare dei colloqui di gruppo per testare che cosa le persone capiscono e ricordano, e come reagiscono al video? Sulla base dei risultati di ricerca modifico ancora testi e immagini, aggiungo una premessa e dei cartelli riassuntivi. E ancora una volta verifico con i medici.

C’è bisogno di una voce narrante: chiamo Lella Costa, che ci mette tutta la sua capacità di attrice e la sua sensibilità di madre. Gratis. Così come lavora gratis, offrendo piccoli o grandi contributi, un sacco di altra gente: i tecnici del suono, il montatore, la troupe che riprende in studio i medici che praticano la rianimazione… la voce di Lella serve da traccia anche per queste riprese: i gesti della salvezza, con la sua guida, diventano comprensibili e fanno meno paura.

Il video è quasi pronto ma, se non riesco a trovare il modo per distribuirlo, non serve a niente. Bisogna farne delle videocassette (sì, nel 2003 ci sono ancora le videocassette). E vanno messe in mano a quante più donne possibile, chiedendo a loro di mostrarle ai mariti, ai figli più grandi, alle maestre, alle baby sitter, ai nonni.

Potrebbe essere una buona idea allegare le cassette ai periodici femminili più diffusi (nel 2003 i periodici femminili hanno ancora tante lettrici). Vado in Mondadori. Che accetta di mettere a disposizione le sue testate e distribuire il video come allegato. Facciamo un conto: quante cassette ci vogliono? Quasi un milione. Costano un euro l’una più i diritti Siae (sì, la Siae deve metterci il bollino, non chiedetemi perché).

E allora prendo tutto il mio coraggio e vado da Telecom. So bene che l’operazione in sé ha già un valore, anche economico, e naturalmente non solo economico. Ma, insomma, sto chiedendo un sacco di soldi. Non riesco quasi a credere alle mie orecchie quando Andrea Kerbaker mi dice che ci crede, e che avremo le cassette.

Facciamo la postproduzione. Studiamo una copertina. Sottoponiamo il video alle associazioni dei rianimatori, che ne certificano la correttezza. E finalmente, a giugno 2003, le cassette vengono distribuite. Le non molte copie avanzate e ritirate dalle edicole saranno diffuse a Treviso grazie a Benetton, da Regione Toscana (altro contatto di lavoro) e a Milano dall’ospedale Buzzi.

E poi le amiche le presteranno tra loro. Impiegate in cento corsi tenuti nelle scuole o dai volontari. Fatte girare nelle sale d’aspetto dei pediatri… in tutti questi anni, sotto traccia, il video ha continuato a fare il suo lavoro, salvando bambini e a tenendo lontani gli incidenti.

Agli inizi del 2014 Ida Salvo mi chiede di aggiornare la parte “casi gravi”: le norme europee sono cambiate. E sì, ormai sul web si trovano tante spiegazioni, ma spesso sono frammentate, e continuano a essere in medichese.

Vabbè, c’è da mettere in conto qualche altro mese di lavoro. Stavolta per fortuna abbiamo un po’ di soldi per le spese vive e ormai le produzioni sono meno costose: così, già che ci siamo, rifacciamo l’intero video. E Lella Costa ancora una volta presta la sua voce inconfondibile. Presentiamo la nuova edizione a Milano, a Palazzo Marino, giovedì 16 ottobre 2014 alle 12.

La diffusione del web risolve a costo zero l’enorme problema della distribuzione. Che adesso, però, è affidata alla cooperazione di tutti. Ecco: se questa vi sembra una buona causa, per favore, fate girare il video sul web: mettetelo sulle vostre pagine, nei siti degli asili e delle scuole, spedite il link agli amici. Ogni singola volta in più che viene visto, da ogni singola persona, abbiamo ridotto di un pezzetto il rischio. È una cosa che possiamo (e, credo, dovremmo) fare, tutti insieme.

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